Concerto inaugurale
Francis Poulenc (1899 – 1963)
Capriccio d’après Le Bal Masqué
Wolfgang Amadeus Mozart (1756 – 1791)
Concerto per due pianoforti e orchestra n. 10 in Mi bemolle maggiore K365
Ferruccio Busoni (1866 – 1924)
Duettino concertante “Busoni-Verz. B 88” per due pianoforti, tratto dal finale del Concerto per pianoforte e orchestra in Fa maggiore K459 di Mozart
Francis Poulenc (1899 – 1963)
Concerto per due pianoforti e orchestra in Re minore
pianoforti Alexander Lonquich, Louis Lortie
Orchestra I Pomeriggi Musicali
Il Concerto per due pianoforti K365 di Mozart, scritto a Salisburgo nel 1779, è uno dei vertici del genere concertante: dialogo serrato, brillante e ricco di invenzioni timbriche, quasi un’opera buffa tradotta in musica strumentale. Un secolo e mezzo dopo, Poulenc ne raccoglie lo spirito giocoso e lo reinventa: il suo Concerto per due pianoforti alterna leggerezza parigina, ironia surreale e improvvise parentesi meditative. Nel Capriccio da Le Bal Masqué emerge il gusto teatrale del compositore francese, mentre il Duettino concertante di Busoni rilegge il finale di un concerto mozartiano con ironica modernità, trasformando la citazione in un atto di omaggio e di sfida.
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dal 10 aprile al 10 maggio 2025
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I settore € 23,50 – II settore € 17,00 – Balconata € 13,00 + prevendita
Ridotto (under30, over60, gruppi, associazioni ed enti convenzionati)
I settore € 19,00 – II settore € 15,00 – Balconata € 11,00 + prevendita
Note di sala
Si presenta come un gioco di specchi questo concerto inaugurale. Un pianoforte si specchia nel suo doppio, così come gli interpreti dietro ciascuna tastiera. Ed è un secolo intero, il Novecento, a specchiarsi nel modello di Wolfgang Amadeus Mozart, attraverso due autori diversissimi – un francese che più francese non si può e un italiano naturalizzato tedesco – entrambi affascinati dal pianoforte di Mozart. Un modo brillante per inaugurare una stagione che proprio nei concerti per pianoforte di Mozart avrà il suo splendido baricentro. A specchio è anche la struttura della serata, con due hors-d’œuvre e altrettanti piatti principali, in cui due lavori di formato intero e con l’orchestra sono introdotti da altrettante miniature per due pianoforti. Brillante è anche l’avvio con il Capriccio che nel 1952 Francis Poulenc trasse dal numero conclusivo della cantata per baritono e orchestra da camera Le Bal Masqué, presentata nel 1932 al Théâtre d’Hyères, in Costa Azzurra, al cospetto di Buñuel, Cocteau, Dali e Aldous Huxley. Benché dedicata al compositore Samuel Barber, la trascrizione dovette essere ispirata da altri due artisti americani, il duo pianistico Arthur Gold e Robert Fizdale, “les boys” destinatari negli stessi anni di molta musica di Poulenc, Sonata per due pianoforti inclusa. E restituisce lo spirito anticonvenzionale di quell’intellettuale inquieto che fu Max Jacob, il poeta e pittore vicino a cubismo e surrealismo, le cui liriche avevano fornito i testi alla cantata. Quello della riduzione pianistica ha per protagonista la figura paradossale d’un anziano meccanico dal gilet di foggia etrusca che non si capacita del sovraffollamento di Parigi. Intona i suoi nonsense una musica in bilico tra ritmi da music hall e la corda malinconica della sezione centrale, tra poetico e triviale, fedele all’intento dell’autore d’insufflare nel tono farsesco dominante «un peu de mystère et d’hallucination».
Di Mozart ci viene proposta una pagina dall’ultimo raccolto del periodo salisburghese, quella prodigiosa gioventù premessa dell’estremo decennio viennese. Sulla fine degli anni Settanta, reduce da due fondamentali viaggi a Mannheim e a Parigi, Mozart sviluppò un interesse, quasi una passione, per un genere marginale nel repertorio classico ma allora molto in voga: il concerto per più strumenti o sinfonia concertante. Rappresentato ai vertici di valore estetico dalla Sinfonia concertante per violino e viola K364, anch’essa in Mi bemolle maggiore, il genere fruttò abbozzi di un’altra concertante e d’un concerto per violino e pianoforte, oltre al Concerto per flauto e arpa K299 e a questo concerto per due pianoforti, per l’epoca organico senz’altro eccentrico, cui si erano interessati solo i Bach, padre e figli. Plausibilmente non ancora pronto quando il 3 settembre 1780 Mozart suonò il Concerto K242 in una riduzione per due pianoforti con la sorella Nannerl al castello di Mirabell a Salisburgo, il nuovo lavoro, venuto alla luce forse poco dopo, rappresenta un esempio paradigmatico di conversazione musicale. Nel dialogo tra l’orchestra e i solisti, o solo tra questi ultimi, la musica scivola agile, con suprema naturalezza, da una tastiera all’altra, così che anche l’idea più elementare è resa interessante dalle sfumature attribuitale da ciascun interprete, all’insegna d’un duello amichevole, improntato a quella civiltà della conversazione tipica (ce l’ha insegnato Benedetta Craveri) del Settecento ancien régime. Il Mi bemolle festivo dell’Allegro d’apertura cede il passo a un delicato Andante in Si bemolle, per ritornare con tutta la verve del Rondò conclusivo, sotto un cielo costantemente sereno, al cui orizzonte non si affaccia alcuna nube. Mozart continuò a eseguire il concerto nei primi anni viennesi con l’allieva Josepha Auernhammer, arricchendone la strumentazione che in origine affiancava agli archi solo oboi, fagotti e corni. Amò questo concerto anche Mendelssohn, che vi si esibì con Ferdinand Hiller e Ignaz Moscheles.
A Mozart guarda direttamente Ferruccio Busoni, che riscrive il finale Allegro assai di uno tra i più bei concerti mozartiani: il Concerto in Fa maggiore K459. Se alla base della trascrizione, risalente al 1921, sta un modello già splendido per invenzione tematica, scrittura contrappuntistica e costruzione arguta, altrettanto notevole è la libera riduzione, che premia l’impegno richiesto agli interpreti con l’effetto ineludibile esercitato sul pubblico, esaltando il carattere di meccanicità ritmica, astratto ed esilarante, dell’originale. Sembra che il pianista e compositore empolese intendesse trascrivere per il pianoforte moderno tutti i concerti mozartiani e curarne l’edizione: un duplice, ambizioso progetto di cui il gioiello di questo Duettino concertante è la pagina più compiuta delle quattro giunte fino a noi.
Senza attingere direttamente a Mozart, anche la composizione maggiore di Poulenc in programma vi si ispira. Coevo della cantata Le Bal Masqué, il concerto venne composto su commissione della principessa di Polignac e presentato il 5 settembre 1932 al Secondo Festival internazionale di musica a Venezia, interpreti l’autore, Jacques Février e membri dell’Orchestra del Teatro alla Scala diretti da Désiré Defauw. Incardinata nel Re minore del celebre Concerto mozartiano K466, la composizione presenta tre volti, pannelli diversi d’un trittico. Puro Poulenc è l’Allegro d’apertura dall’attacco drammatico, in cui solista e orchestra collaborano a stabilire un’atmosfera pervasa da ritmi brillanti da music hall virati al drammatico, salvo riaffiorare con spirito dissacratorio, il medesimo del Bal Masqué, su accompagnamento di castagnette con verve ritmica non remota dal Duettino concertante Mozart/Busoni, prodursi poi in una pagina languida, col contributo fondamentale del controcanto di fagotti e tromba, e regalare un episodio incantato dalla bellezza rapinosa, in cui il primo pianoforte espone una melodia purissima su un liquido tappeto di crome, non senza aver ammiccato alle sonorità esotiche del gamelan di Bali orecchiato all’Esposizione coloniale del 1931. Puro Mozart, modello dichiarato di Poulenc, è invece il Larghetto, che del Salisburghese ripropone il tono e il procedimento di esporre il tema da filastrocca metafisica al pianoforte, il primo, cui risponde ordinatamente il secondo, trovando nell’orchestra un’efficace risonanza espressiva. Aperto da nuove sferzate, il Finale è per contrasto un omaggio alle sonorità modernissime del jazz, reinterpretate da un autore in cui passato e presente dialogano con naturalezza, eleganza e ironia.
Raffaele Mellace