Maurice Ravel (1875 – 1937)
Cinq mélodies populaires grecques (orchestrazione di A. Cadario)
Dardust (1976)
Piano Concerto n. 1 (commissione dei Pomeriggi Musicali, prima esecuzione assoluta)
Igor Stravinskij (1882 – 1971)
Dumbarton Oaks
Sergej Prokof’ev (1891 – 1953)
Sinfonia n. 1 in Re maggiore op. 25 “Classica”
direttore Alessandro Cadario
pianoforte Dardust
Orchestra I Pomeriggi Musicali
Biglietteria
Prezzi dei singoli biglietti
Intero
I settore € 23,50 – II settore € 17,00 – Balconata € 13,00 + prevendita
Ridotto (under30, over60, gruppi, associazioni ed enti convenzionati)
I settore € 19,00 – II settore € 15,00 – Balconata € 11,00 + prevendita
Note di sala
Propone un poker di composizioni il concerto odierno: titoli che ambiscono a interpretare la modernità facendo reagire il linguaggio musicale di patente attualità con una pluralità di suggestioni offerte dalla temperie culturale del momento: alchimia in cui fa da reagente la tradizione musicale colta o popolare. Il primo lavoro in programma è anche il più antico, concepito da Maurice Ravel all’alba del Novecento. Le Cinq mélodies populaires grecques nascono tra il 1904 e il 1906 come libera armonizzazione di canti popolari ellenici, in due occasioni distinte: una prima coppia in appoggio a una conferenza del musicologo Pierre Aubry sulle «canzoni degli oppressi»; le restanti per dar veste musicale ai canti raccolti sull’isola di Chio da Hubert Pernot e tradotti dall’amico poliglotta Michel Dimitri Calvocoressi. Concepite inizialmente per voce e pianoforte, benché lo stesso Ravel abbia abbozzato l’orchestrazione di due numeri, le ascoltiamo in versione soltanto sinfonica, orchestrate da Alessandro Cadario. In questo caso la traduzione in musica assoluta, senza dunque voce né parola, presenta una logica inoppugnabile. Le cinque miniature realizzano perfettamente una suite sinfonica, che, pur nell’unitario tema amoroso, vive del contrasto tra due anime fondamentali in termini di linguaggio ed espressione. Domina nella Chanson de la mariée, in Là-bas, vers l’église e nella Chanson des cueilleuses de lentisques un tono incantatorio, reso da tecniche ossessive, iterative che alludono al sacro mistero dell’amore. Per contro Quel galant m’est comparable e Tout gai! vi oppongono una vitalità schietta e briosa. Ravel affronta il tema, a lui carissimo, dell’esotico calando il linguaggio modale delle melodie greche tradizionali in una scrittura strumentale personale e sofisticata, che individua in ogni canzone un dispositivo specifico, a rea lizzare una dialettica di grande suggestione.
Con un balzo di oltre un secolo approdiamo alla partitura, commissione dei Pomeriggi Musicali, presentata in prima assoluta da Dardust: un concerto per pianoforte in piena regola con cui il poliedrico musicista marchigiano (pianista, compositore, produttore discografico, figura di spicco della scena contemporanea) rinnova il rapporto con l’Orchestra dei Pomeriggi, affidandole la sua prima partitura sinfonica originale. Realizzata in collaborazione con Ze in the Clouds e Alberto Cipolla, per l’orchestrazione, come le altre partiture in programma persegue un progetto personale in un dialogo serrato con altre voci. Si sentirà il profumo di molto Novecento storico (Ravel, Gershwin, il Puccini più avanzato), i russi, soprattutto Rachmaninov, cui dovrà non poco la dinamica della contrapposizione pianoforte-orchestra, non senza un riferimento alla scuola giapponese di Ryūichi Sakamoto per l’ultimo tempo. Amplia il linguaggio musicale il ricorso all’elettronica, con l’inaspettata irruzione della campionatura di registrazioni vocali rappate, sembrerebbe un inedito assoluto in ambito classico. Naturalmente resta sempre centrale il pianismo di Dardust, suadente, dinamico, più spesso liquido, iridescente, nel tempo conclusivo incardinato invece nel ritmo ossessivo proposto dall’ostinato orchestrale. Attraverso queste scelte linguistiche la composizione propone un programma, un percorso interiore di progressivo affrancamento dal vecchio sé verso una nuova identità, esito d’un recentissimo, rivelatore viaggio in Amazzonia: un percorso catartico che attraversa periferie emotive, zone oscure, ferite, traumi, da cui emerge la ricostruzione di un’identità rinnovata, una nuova energia che trova forma nell’Allegro con fuoco in 7/8 in cui la composizione approda.
Commissionato dai mecenati Robert e Mildred Woods Bliss per il 30° di matrimonio, il Concerto per orchestra da camera – composto in Francia nel 1937/38 e diretto a Washington l’8 maggio 1938 da Nadia Boulanger – prende il nome dalla tenuta della coppia, Dumbarton Oaks, Distretto di Columbia, dove Stravinskij era stato ospite. Non è però la natura il riferimento fondamentale bensì la storia della musica: in particolare i Concerti brandeburghesi di Bach, di cui la partitura moderna va intesa come omaggio e omologo. Lo denunciano lo spirito cameristico e concertante, sin dalla selezione di 15 strumenti (3 legni, 2 corni e 10 archi) che richiama la concezione della raccolta bachiana, in origine «concerts avec plusieurs instruments»; la sonorità primosettecentesca (salvo il clarinetto); la ripresa dell’inesorabile meccanismo motorio dei tempi estremi; l’adozione, sin dall’attacco, dell’euforico ritmo anapestico (due brevi in levare, una lunga accentuata in battere), in Bach simbolo festivo. Non ne discende un pastiche né un falso, bensì una partitura originale in cui, sulla scorta dell’estetica neoclassica, il conflitto tra antico e moderno risulta in un sapore asprigno, convivenza paradossale e vitalissima di linee melodiche aguzze, contrasti metrici, accenti fuori sede: insomma, un’«asprezza cubista» (Giorgio Pestelli). Non manca lo spazio, come spesso in Stravinskij, per l’umorismo, la cui sede parrebbe l’Allegretto centrale, che nel disegno melodico esitante pare rievocare un memorabile motto verdiano («Se Falstaff s’assottiglia»).
Nel 1918, vent’anni prima che Stravinskij completasse Dumbarton Oaks, il giovane Prokof’ev lascia la Russia in fiamme portando con sé a New York la Sinfonia “Classica” in Re maggiore, scritta nei due anni precedenti e presentata nell’allora Pietrogrado il 21 aprile 1918. Sorprendentemente la composizione, saldamente e precocemente ispirata al neoclassicismo, nulla tradisce dei drammatici eventi rivoluzionari. Si configura piuttosto come una sinfonia di Haydn al quadrato: nemmeno qui una parodia né un falso, bensì la restituzione del sereno orizzonte espressivo haydniano rivissuto dal venticinquenne russo col candore che produce il miracolo d’una perfetta immedesimazione negli ideali del classicismo viennese. Idee tradotte nella nettezza adamantina di oggetti musicali dal carattere pregnante. La musica crepita sotto la pelle nel frizzante Allegro d’apertura in forma sonata; non si scompone nel passo elegante e misurato d’un Larghetto in cui convivono misura olimpica e umorismo discreto; imbocca la strada d’una danza dal profilo personale nella sapida Gavotte. Non troppo allegro (la prima a veder la luce, già nel 1916), preferita al regolamentare minuetto e reimpiegata vent’anni dopo nel balletto Romeo e Giulietta; si congeda infine dagli ascoltatori con la frenesia inarrestabile del bel Finale. Molto vivace.
Raffaele Mellace