Franz Schubert (1797 – 1828)
Lieder (trascrizioni per baritono e orchestra)
Sinfonia n. 4 in Do minore D417 “Tragica”
direttore Diego Fasolis
baritono Matthias Goerne
Orchestra I Pomeriggi Musicali
Biglietteria
Prezzi dei singoli biglietti
Intero
I settore € 23,50 – II settore € 17,00 – Balconata € 13,00 + prevendita
Ridotto (under30, over60, gruppi, associazioni ed enti convenzionati)
I settore € 19,00 – II settore € 15,00 – Balconata € 11,00 + prevendita
Note di sala
A poche settimane dal concerto-ritratto di Schumann, tocca ora a Schubert un affondo monografico. In termini diversi, però. Il ritratto è composto infatti attingendo a due riserve fondamentali della produzione schubertiana: da un lato la liederistica, che con oltre seicento titoli in un catalogo che non giunge ai 1000, costituisce il cuore dell’universo creativo schubertiano; dall’altro la sinfonia, il genere grande della scrittura orchestrale, prova delle ambizioni del giovane talento. Le musiche in programma ci restituiscono l’ambivalenza essenziale della poetica di Schubert, perennemente oscillante tra i due volti opposti, entrambi autentici e imprescindibili, di un’accattivante ed elegante luminosità, vibrante d’energia e di una tetra, malinconica desolazione, abitata dalla più nera malinconia.
Proposta in veste sinfonica, nella trascrizione dall’originale per voce e pianoforte realizzata da Alexander Schmalcz, la selezione di Lieder permette di abbracciare l’intera, breve ma intensissima parabola creativa schubertiana, dal 1814 della rivelazione dell’accesa sensibilità del tredicenne (Schäfers Klagelied) al novembre 1827 (Des Fischers Liebesglück), che precede di appena un anno la morte precoce. Ci permette così di accompagnare Schubert passo passo attraverso due grandi stagioni: l’adolescenza formidabile (1814-17), cui appartiene anche la Quarta sinfonia, e la piena maturità (1823-27), che non farà se non confermare istanze e urgenze che ne avevano da sempre caratterizzato l’ispirazione. In ordine di esecuzione, la prima a venirci incontro è la matura serenata shakesperiana An Sylvia d891, che compie giusto 200 anni, risalendo al luglio 1826: il testo, tratto dall’atto IV dei Due gentiluomini di Verona, dà vita a una canzone strofica che pare anticipare, nel tono suadente e nell’accompagnamento regolare (il battito cardiaco dell’amante), la più celebre Serenata D957, a esprimere un entusiasmo erotico, a un tempo fremente e trattenuto, in luminoso La maggiore. In tutt’altro cielo ci solleva il capolavoro in miniatura di Ganymed D544 (1817) che, dimostrando una straordinaria profondità di lettura delle implicazioni del mito, trasfigura per via squisitamente musicale la lirica di Goethe con la sua vicenda drammatica e inquietante incentrata sul mito del giovane Ganimede, rapito da un’aquila per conto di Giove. Non vi sono strofe regolari ma l’ascesa del prota gonista all’Olimpo è seguita in presa diretta, in un percorso tonale continuamente cangiante fino all’approdo estatico, con un’immedesimazione che ci dice tutta l’insofferenza del giovane musicista per il mondo in cui viveva. Insofferenza che pare trasformarsi direttamente in aspirazione alla morte in Des Fischers Liebesglück D933, capolavoro dalla bellezza rapinosa del novembre 1827, a un anno dalla scomparsa di Schubert, di cui rispecchia pienamente lo stile tardo, prossimo al Viaggio d’inverno, nei modi apparentemente innocui d’un notturno acquatico. Poco considerata, merita molto anche la bellezza, semplice ma intensa di Das Heimweh D456 (1816), di poche settimane successivo alla Quarta sinfonia, la cui ripetitività scava in profondità nel sentimento cruciale della nostalgia. Si ritorna al Goethe maggiore e a uno Schubert giovanissimo con la prossima coppia di lavori: Wanderers Nachtlied D224, del luglio 1815, e Schäfers Klagelied D121, il più precoce, del 30 novembre 1814. Il primo, una miniatura, traduce quella che è in fondo, ancora una volta, l’aspirazione alla pace della morte, in un eloquio dapprima contratto, lapidario, che si scioglie poi nel lirismo d’un canto spiegato e appagato. Il secondo, bellissimo, anticipa il sentimento di desolazione di Das Heimweh e Des Fischers Liebesglück, attraverso una struttura ad arco che organizza le strofe simmetricamente, così che campeggi al centro l’immagine – una sentenza! – della porta irrevocabilmente chiusa. Affida a un ritmo di barcarola in 6/8 la mesta melodia in Fa diesis minore il breve Pilgerweise D789 (1823), incardinato sul contrasto maggiore/minore, così come il dialogo leopardiano con la natura di Abendstern D806 (1824). Ritorna nell’ultimo Lied di questo florilegio, il tardo Alinde D904 (1827), l’accompagnamento regolare sul ritmo cullante del 6/8, mentre l’innamorato esprime in un terso La maggiore tutto il suo trasporto, quasi rispondendo alla serenata shakesperiana di An Sylvia.
La Sinfonia n. 4 “Tragica” del giovane Schubert, fu completata il 27 aprile 1816, in un periodo di fervore personale per il genere – tra il 1815 e il 1818 videro la luce tutte le sinfonie tra la seconda e la sesta, oltre ai due movimenti frammentari d615 – e in un anno molto prolifico che fruttò, tra l’altro, oltre un centinaio di Lieder e, nelle stesse settimane della nostra sinfonia, le tre sonatine per violino e pianoforte. Venne però ascoltata per la prima volta soltanto postuma, nel 1849. Richiede un approccio molto diverso dal confronto con la più celebre tra le sinfonie in Do mino re, la Quinta di Beethoven. Certo, Schubert nutre in questo lavoro l’ambizione del “fare grande”, tramite un’architettura distesa e un’orchestrazione rinforzata (quattro corni, un unicum nel sinfonismo schubertiano). E tuttavia si stenta a prendere davvero sul serio l’aggettivo “tragico”. L’Allegro vivace che segue l’introduzione lenta di matrice haydniana è mosso da un dinamismo genuino ed efficace, senza tuttavia che lo si possa scambiare per inquieto rovello interiore, contraddetto com’è dal delizioso secondo tema cantabile in La bemolle maggiore esposto dai violini su suggerimento di delicate scale discendenti dei legni. Una dolcezza tutta schubertiana spira dall’incantevole Andante, anch’esso in La bemolle maggiore, in un cielo che parrebbe sgombro di nubi, fatto salvo un episodio nel relativo minore. Schiettamente giocoso suona poi il Minuetto, di educata goffaggine, cui il delicato Trio pastorale condotto dagli oboi aggiunge un tocco di bucolica innocenza. Nemmeno la ripresa dell’urgenza espressiva del Do minore nel Finale riesce a rinunciare al tono giocoso e spensierato del dialogo tra archi e legni che anima il secondo tema, nuovamente in La bemolle maggiore. Costruzione sapiente d’un diciannovenne perfettamente padrone del discorso sinfonico, la Quarta sinfonia esibisce nell’accorta compensazione di ingredienti diversi un progetto di nitida chiarezza, cui è ancora estranea l’inquietudine che sarà la cifra dominante, quella davvero “tragica”, del compositore maturo.
Raffaele Mellace