Direttore: Ryan McAdams, pianoforte: Mikhail Pletnëv - I Pomeriggi Musicali - Teatro Dal Verme

Le date

Sala Grande
sabato 21 febbraio 2026
Ore: 17:00

Sergej Rachmaninov (1873 – 1943)
Concerto per pianoforte e orchestra n. 1 in Fa diesis minore op. 1

Johannes Brahms (1833 – 1897)
Sinfonia n. 4 in Mi minore op. 98

direttore Ryan McAdams
pianoforte Mikhail Pletnëv
Orchestra I Pomeriggi Musicali

Biglietteria

Prezzi dei singoli biglietti
Intero
I settore € 23,50 – II settore € 17,00 – Balconata € 13,00 + prevendita
Ridotto (under30, over60, gruppi, associazioni ed enti convenzionati)
I settore € 19,00 – II settore € 15,00 – Balconata € 11,00 + prevendita

Note di sala

S’incrociano nel concerto odierno due esperienze collocate agli estremi della carriera dei rispettivi autori: l’ultimo capolavoro dedicato da uno dei principali esponenti del tardoromanticismo al genere chiave della sinfonia e il primo cimento d’un giovane della nuova generazione nel genere che lo consacrerà, più di qualsiasi altro, alla fama internazionale come autore e come interprete. Un avvio e un compimento, Alfa e Omega, sorgivo talento giovanile e piena maturità creativa s’intrecciano e rispondono a distanza in un’ampia area geografica dell’Europa orientale, tra Vienna e Mosca. La contrapposizione, già di per sé interessante, è resa ancor più avvincente dalla prossimità cronologica: Brahms terminò la sua ultima sinfonia nel 1885, Rachmaninov mise mano al suo primo concerto nel 1890.
Fu senz’altro una formazione di prim’ordine quella ricevuta al Conservatorio di Mosca da Sergej Rachmaninov: allievo di Aleksandr Il’ilič Ziloti per il pianoforte, di Anton Stepanovič Arenskij per l’armonia, fuga e composizione libera, di Sergej Ivanovič Taneev, a sua volta l’allievo prediletto di Čajkovskij, per il contrappunto, portato sugli scudi dallo stesso Čajkovskij negli ultimi anni di un’esistenza tormentata, il diciassettenne Rachmaninov mette mano nel 1890 alla sua prima grande impresa compositiva, in qualche modo a sigillo del percorso formativo. Ultimato il 6 luglio 1891, il Concerto n. 1 per pianoforte, forse il meno frequentato dei quattro dell’autore, venne da questi interpretato sotto la direzione del direttore del Conservatorio, Vasilij Il’ič Safonov, limitatamente al primo movimento (la prima esecuzione completa avvenne a Londra nel 1899 con altra interprete), il 17 marzo 1892, inaugurando a un tempo stesso le carriere di compositore e di interprete. Benché normalmente eseguito nella revisione preparata da Rachmaninov molti anni dopo – datata 10 novembre 1917, in una congiuntura gravida di futuro per il suo Paese –, subito prima di abbandonare la patria, questa prova d’esordio presenta già in nuce tutte le caratteristiche che distingueranno il concertismo maggiore del musicista: la gestualità enfatica, drammatica (con cui, ad esempio, il concerto si apre, non senza un debito, e non sarà l’unico, verso il Concerto di Grieg), le enclave liriche che talora s’infiltrano nel discorso sinfonico senza sospenderne il dinamismo, talaltra reclama no completa attenzione, come ad esempio in quel monumentale notturno che è l’Andante centrale in Re maggiore, o nel cuore del conclusivo, frenetico Allegro vivace in 9/8; l’attenzione alla parte orchestrale, sempre accurata, nonostante il rispetto del dogma della centralità del solista nel concerto romantico; la dicotomia tra lirismo e virtuosismo, tra gesti assertivi e momenti incantati dalle ricorrenti indicazioni di cantabile, espressivo ecc., tra levità ed enfasi nella parte pianistica. Melos e scrittura pianistica prefigurano già colori e sensibilità dell’artista maturo, in attesa, sembrerebbe, solo d’una conferma.
All’altro capo d’una carriera si colloca il penultimo lavoro orchestrale brahmsiano. Parola definitiva del ciclo delle sinfonie, la Quarta pare suggellare un percorso secolare dell’arte e della civiltà europea. Eppure, e qui sembrerebbe insinuarsi un paradosso, il ricorso a Bach (il cui ritratto sovrastava il letto di Brahms nella casa nella quale il compositore sarebbe morto) in uno dei lavori di più flagrante modernità dell’intero Ottocento – incompreso anche dai più intimi del compositore, che ne soffrì molto – getta un ponte tra l’arte dei Padri, portatrice di istanze etico-spirituali profonde, e il Novecento musicale, che con Schönberg avrebbe riconosciuto proprio nel Brahms della Quarta il campione d’un linguaggio musicale gravido di futuro. Vi si ritrovano la passione brahmsiana per la complessità formale e insieme la consapevolezza storica della propria arte, che in quest’ultima prova guarda ancora più indietro rispetto al fondamentale classicismo viennese per recuperare, nel Finale, la ciaccona barocca.
Scritta nel 1884-85 in due soggiorni estivi a Mürzzuschlag, in Stiria, presentata il 25 ottobre 1885, la Sinfonia inanella tre movimenti di carattere sensibilmente contra stante prima di giungere al Finale, un unicum nella letteratura sinfonica romantica. Domina il primo movimento un’invenzione straordinaria, un tema di struggente malinconia costruito su cellule minime di due note intercalate da pause, basato su un unico intervallo e la sua inversione. Una bellicosa fanfara di legni e corni inaugura il secondo gruppo tematico, che esprime una calda serenata a violoncelli e corni. Nello spirito della serenata è anche la terza idea tematica, metricamente instabile, affidata a legni e corni sull’accompagnamento leggero degli archi. L’Andante moderato, un tempo di sonata privo di sviluppo, autentico gioiello di chiarezza e immaginazione formale, propone una narrazione che attraversa un paesaggio sonoro sempre mutevole tra raffinate alchimie timbriche. Suggestivo l’attacco, affidato al richiamo dei corni, che eludono la tonalità d’impianto per ricorrere all’arcaico modo frigio, cui rispondono stentorei flauti, oboi e fagotti. Una nuova svolta è imposta dall’esplosione di vitalità giovanile dall’Allegro giocoso, schietto Scherzo in solare Do maggiore, incardinato nell’architettura formale versatile e incisiva del rondò sonata, dal rustico vigore ritmico da danza popolare e dall’orchestrazione brillante, con ottavino, controfagotto e triangolo, inaugurato da un rude attacco in fortissimo. Il vero approdo è però il Finale, una serie di variazioni su un tema di ciaccona/passacaglia tratto dalla Cantata Nach dir, Herr, verlanget mich BWV 150 di Bach: non compiaciuto esercizio di stile, ma impegno tecnico rigoroso nel segno di una serietà etica inderogabile, dimensione spirituale di cui la perfezione formale è riflesso tangibile. Esposto lapidario da un coro di fiati, ampliato e modernizzato in senso cromatico, dissimulato in 35 segmenti di otto battute, il tema dà vita ai paesaggi sonori cangianti dei microcosmi sonori più disparati, fino a una conclusione quanto mai stringente e appassionata. Domina la cifra del tragico, un «potenziale epico e funebre», per dirla con Eugenio Trías, coerente con quelle «esequie funebri sempre latenti nell’universo espressivo e simbolico di Brahms». Pochi artisti ebbero infatti come Brahms il sentimento della fine d’un mondo: paradossalmente, ha scritto Massimo Mila, «la sinfonia più rivolta al passato è la più tragicamente moderna». Passato e futuro, Alfa e Omega, appunto.

Raffaele Mellace