Marina di Umberto Giordano - I Pomeriggi Musicali - Teatro Dal Verme

Le date

giovedì 12 febbraio 2026
Ore: 20:00
sabato 14 febbraio 2026
Ore: 17:00

Umberto Giordano (1867 – 1948)
Marina
(prima esecuzione assoluta; edizione critica a cura di Andreas Gies, Editio Princeps, Libreria Musicale Italiana, Edizione Nazionale delle Opere di Umberto Giordano)

Lambro (baritono) Mihai Damian
Daniele (baritono) Nicholas Mogg
Marina (soprano) Eleonora Buratto
Giorgio Lascari (tenore) Freddie De Tommaso
direttore Vincenzo Milletarì
Orchestra I Pomeriggi Musicali
Coro della Fondazione Teatro Petruzzelli
maestro del coro Marco Medved

La riscoperta di Marina segna un evento storico: l’opera, rimasta inedita, viene eseguita per la prima volta in assoluto e in edizione critica. Scritta da Umberto Giordano negli anni giovanili, rivela già quella forza drammatica e quell’intensità melodica che avrebbero reso celebre l’autore di Andrea Chénier. L’ambientazione popolare e la vividezza dei personaggi mostrano l’influenza del verismo nascente, unita a un istinto teatrale travolgente. L’occasione consente di ampliare lo sguardo sul catalogo di un compositore che seppe interpretare con passione le tensioni culturali e sociali dell’Italia a cavallo tra Otto e Novecento.

Partecipa alla presentazione dell’opera con il musicologo Raffaele Mellace

Biglietteria

Prezzi dei singoli biglietti
Intero
I settore € 23,50 – II settore € 17,00 – Balconata € 13,00 + prevendita
Ridotto (under30, over60, gruppi, associazioni ed enti convenzionati)
I settore € 19,00 – II settore € 15,00 – Balconata € 11,00 + prevendita

Note di sala

Al celebre concorso indetto da casa Sonzogno sulle colonne del «Teatro Illustrato» nel 1888, il concorso che avrebbe visto il trionfo di Cavalleria rusticana e di fatto inaugurato la stagione del verismo musicale, partecipò anche un musicista pugliese appena ventenne, iscritto al corso di composizione del Conservatorio di Napoli. L’opera dell’esordiente non rientrò tra le prime tre, ma si collocò nel gruppo successivo, nove altri titoli segnalati con una menzione: risultato più che lusinghiero, considerato che i candidati erano ben 73. Il direttore di Sonzogno, Amintore Galli, colse in quella prova «forte, spiccata, originale l’affermazione di un ingegno brillantissimo». Quando, esattamente 60 anni dopo, quel compositore in erba passò a miglior vita, un documentario dell’Istituto Luce l’avrebbe esaltato come «ultimo erede del nostro melodramma», autore di «frasi canore che diventano proverbi dell’anima». Grazie soprattutto a una terna di titoli del decennio tra Otto e Novecento (Andrea Chénier, Fedora, Siberia), i primi due ancora oggi in repertorio, Umberto Giordano si era effettivamente imposto, con Puccini e Mascagni, tra gli autori più popolari della scena operistica internazionale. Come le Willis di Puccini e Giovanni Gallurese di Montemezzi non vinsero i rispettivi concorsi ma conquistarono, ben più importante, l’attenzione d’un editore di prima sfera, così Marina suggerì a Sonzogno di mettere sotto contratto Giordano per Mala vita, la sua prima opera che avrebbe calcato, con successo, le scene.
Oggi abbiamo l’occasione di ascoltare, incredibilmente per la prima volta, quel lavoro d’esordio, cui Giordano non diede mai seguito, anche perché parte della musica era confluita nella citata Mala vita (poi rivista come Il voto). Anche se meno scandaloso di quest’ultima, Marina indica senza tentennamenti un orientamento verista coerente con la letteratura francese e italiana coeva: la messa in scena d’una tranche de vie, cruda e violenta, in cui le azioni, come in Cavalleria o Pagliacci, irrompono repentine e brutali, dando sfogo a passioni cieche e violente. Come nei titoli citati il soggetto non è storico ma attuale, benché vagamente colorato d’esotismo. La vicenda si svolge infatti in un Montenegro reale per quanto poco connotato (anni luce dal Pontevedro fasullo della Vedova allegra) durante la Guerra serbo-montenegrina d’un decennio prima, episodio della dissoluzione dell’Impero ottomano nei Balcani. I personaggi appartengono ai due fronti opposti: montenegrini sono la protagonista, il fratello Daniele e lo spasimante Lambro, serbo è Giorgio. Sullo sfondo d’un conflitto armato l’arrivo di Giorgio ferito, le cure che gli presta Marina e l’infatuazione reciproca dei due giovani fungono da detonatore della violenza di Lambro, per il quale, al pari di Daniele, conta soltanto la contrapposizione tra schieramenti in armi. Del testo si fece carico una conoscenza di Paolo Serrao, maestro di composizione di Giordano, il napoletano Enrico Golisciani (1848-1918), librettista colto e di lungo corso, attivo per tutto il primo mezzo secolo dell’Italia unita, cui contribuì con titoli dalla Marion Delorme (1885) di Ponchielli al Segreto di Susanna (1909) e ai Gioielli della Madonna (1911) di Wolf-Ferrari, per citare quelli restati negli annali. Unica figura di spicco del dramma è la protagonista, orfana di madre e infelice, come d’altra parte l’eroe Giorgio, cresciuta oppressa in una famiglia patriarcale che in nome di ideali feroci ne ha soffocato la vita interiore, la quale all’apparire del giovane ferito si ridesta violenta, facendo sbocciare inaspettato, dalla compassione, l’amore. Una donna a un tempo fragile e forte, capace di prendere in mano il proprio destino per salvare un giovane sconosciuto, assecondando con trasporto l’impulso d’un momento. Essenziale la caratterizzazione dei tre uomini, negativa per i due baritoni (specie Lambro, accecato dalla smania di possesso e vendetta), malinconica per il tenore.
L’articolazione drammatico-musicale dell’atto unico bipartito è chiara ed efficace. Introdotta da un coro dietro le quinte, la protagonista si presenta con una scena e aria cui segue il duetto con Giorgio ferito; l’arrivo degli altri due personaggi dà vita a una grande scena con brindisi e canzone montenegrina con coro, affine alla canzone del carrettiere Compar Alfio in Cavalleria. La prima parte culmina nel concertato concitato innescato dall’uscita allo scoperto di Giorgio, che viene arrestato, e coronato dal duetto tra Marina e il fratello, che le impone di assistere all’esecuzione del giovane nemico. Un intermezzo sinfonico conduce, simmetricamente, alla scena e aria di Giorgio prigioniero in una grotta, e a un secondo, cruciale duetto con Marina, che, come Amelia in Un ballo in maschera, confessa benché reticente di amarlo. L’epilogo, in ossequio all’incipiente drammaturgia verista, è rapido e brutale: se Marina tenta di far fuggire Giorgio, Lambro prima spara al nemico rivale, poi pugnala al petto Marina, rivendicando il femminicidio di fronte al fratello disperato.
L’individuazione da parte di Andreas Gies della partitura autografa presso la Koch Collection della Beinecke Library di Yale, che l’aveva acquistata a un’asta nel 1986, fonte accuratissima anche nella restituzione del testo cantato e persino delle didascalie sceniche (cruciale, poiché non è giunta fino a noi alcuna copia del libretto, qui ripristinato da Emanuele d’Angelo), ha permesso allo stesso Gies di preparare l’edizione critica su cui basare con sicurezza, l’odierna prima assoluta. Il giovanissimo Giordano vi adotta un linguaggio musicale schiettamente moderno, armonicamente avanzato, dall’invenzione suadente, flessibile nell’adesione alla parola. Padrone dei meccanismi melodrammatici, mette in atto una progettualità interessante, che non segue pedissequamente il libretto ma gestisce il testo secondo una logica drammatica propria, sviluppandone le porzioni che reputa più rilevanti e attivando connessioni puramente musicali tra i diversi numeri. Giordano dialoga con i suoi modelli ma anche con se stesso: risuonano echi della Carmen, della Gioconda, del Verdi maturo, dal Don Carlo ad Aida, ma si sentiranno anche pagine che trasmigreranno nella scena lirica La Fornarina, saggio del diploma dell’autunno 1890, e, come si è detto, in Mala vita. L’incisivo ostinato cromatico degli archi nella scena conclusiva non potrà non richiamare alla memoria il Finale I di Andrea Chénier. Freschezza d’un avvio e caparra d’un talento drammatico che lascerà il segno.

Raffaele Mellace