Wolfgang Amadeus Mozart (1756 – 1791)
Fantasia per pianoforte in Do minore K475,
Concerto per pianoforte n. 12 in La maggiore K414
Concerto per pianoforte n. 24 in Do minore K491
pianoforte concertatore Louis Lortie
Orchestra I Pomeriggi Musicali
Biglietteria
Prezzi dei singoli biglietti
Intero
I settore € 23,50 – II settore € 17,00 – Balconata € 13,00 + prevendita
Ridotto (under30, over60, gruppi, associazioni ed enti convenzionati)
I settore € 19,00 – II settore € 15,00 – Balconata € 11,00 + prevendita
Note di sala
Le tre composizioni in programma ci permettono di seguire Mozart nella prima fase del suo decennale soggiorno nella Vienna che definiva «il regno del pianoforte». Sono gli anni in cui la concentrazione sul pianoforte è massima, prima che il trionfo delle Nozze di Figaro, nel maggio 1786, sposti verso l’opera il baricentro dell’attività e della creatività del compositore.
È molto appropriato che l’ultima delle tre fantasie per pianoforte mozartiane, datata al 20 maggio 1785, a un anno dalla prima delle Nozze di Figaro, funga da introduzione al concerto odierno. A una funzione introduttiva, malgrado il formato, monumentale, l’aveva infatti destinata lo stesso autore, facendola uscire per i tipi di Artaria come pendant della Sonata, anch’essa in Do minore, K457. Benché proposta in quel dittico formidabile e imparentata tematicamente con la Sonata, la Fantasia è pienamente autonoma, anzi, si configura come un autentico microcosmo. Affascinante traccia scritta della prassi improvvisativa mozartiana, debitrice della libera scrittura empfindsamer (“sensibile”) d’un Carl Philipp Emanuel Bach, si articola infatti, tra quattro cambi di tempo, in non meno di sei sezioni eterogenee, di cui soltanto le due estreme nella tonalità dichiarata, da cui spesso si divaga drammaticamente, come quando, dopo appena sedici battute, si approda a un remoto Fa diesis maggiore. Animata da una gestualità a un tempo teatrale e profondamente interiore, drammatico chiaroscuro di luci e ombre già tutto beethoveniano, questa pagina meravigliosa propone un autentico campionario di atteggiamenti espressivi; ad esempio quando attingere al lirismo ingenuo di una melodia siderale revocato dal tumulto immediatamente successivo, poi nuovamente incanalato in un’espressività tesa ma meno convulsa.
Il Concerto K414 ci riporta indietro di pochi anni, all’inizio dell’avventura di Mozart nella Vienna giuseppina dov’è da poco approdato, tentando la vita avventurosa del musicista free lance. Insieme ai compagni k413 e 415 fa infatti parte d’un primo gruppo di lavori, su ben 17 concerti per pianoforte scritti in un decennio per Vienna, concepiti nell’inverno 1782/83 come proprio repertorio per i concerti (“accademie”) da lui organizzati nel «regno del pianoforte». Il compositore illustrò la serie il 28 dicembre 1782 al padre Leopold, cui spiegò la brillante strategia adottata per coinvolgere un pubblico nuovo: «Questi concerti sono proprio a metà strada tra il troppo difficile e il troppo facile, molto brillanti, gradevoli all’orecchio pur senza cadere nella vuotaggine; qua e là anche gli intenditori avranno di che essere soddisfatti, ma in modo che anche coloro che non lo sono proveranno piacere senza sapere perché». Nel Concerto K414 l’impianto classico è inaugurato da un vasto Allegro che insolitamente mantiene la radiosa tonalità d’impianto (La maggiore) per l’intera introduzione orchestrale, durante la quale sfilano tre temi dal brio elegante e dal tono sbarazzino. Reclutata un’ulteriore idea tematica nello sviluppo, la ripresa abbreviata si annuncia col gesto enfatico d’una pausa generale. Il secondo movimento rappresenta un omaggio a Johann Christian Bach, l’amico e maestro scomparso il 1° gennaio di quel 1782: Mozart mutua il tema dell’Andante grazioso di un’ouverture scritta da questi nel 1763, piegandolo, sulla tastiera del pianoforte, a malinconiche inflessioni in minore. Frivola leggerezza e raffinata complessità di scrittura si fondono nel rondò bipartito (Allegretto) in cui l’orchestra collabora a irretire l’ascoltatore con l’affabilità del suo eloquio, fino alla vetrina solistica dell’ultima cadenza.
Con il Concerto K491, compiuto il 24 marzo 1786, a cinque settimane dal debutto delle Nozze di Figaro al Teatro di Corte, dove questo concerto venne eseguito il 7 aprile, Mozart ritorna al modo minore, del tutto inconsueto nei suoi concerti per pianoforte, sperimentato un anno prima nel memorabile k466, e in particolare al Do minore del dittico Fantasia-Sonata K475-457. Non è possibile mettere in discussione lo status di capolavoro assoluto di questo nuovo lavoro, riccamente strumentato (cinque coppie tra legni e ottoni, con oboi e clarinetti, corni e trombe, flauto e i timpani), nella tonalità non particolarmente mozartiana (ma di lì a poco intimamente beethoveniana) di Do minore, dalla cui materia cupa, che parrebbe ispirata a fatale, claustrofobico determinismo, Mozart estrae un’invenzione tra le più inquiete del Settecento declinante, connotata da un’espressività debordante, che potremo ritrovare, nel catalogo della somma maturità, solo nel Don Giovanni dell’anno successivo o, un anno ancora più tardi, nella penultima sinfonia, incardinati rispettivamente in Re e Sol minore. Un’autentica «discesa all’Erebo», per far nostra la suggestione classicista di Giovanni Carli Ballola, che inizia dall’invenzione tematica del primo movimento, inaugurato dall’orchestra con un profilo che liquida qualsiasi classica compostezza in una sequenza di intervalli dolenti, di gesti lancinanti e sospesi, per salti audaci: un tema, insomma, dal profilo profondamente personale, incardinato in un inconsueto metro ternario. L’Allegro s’addentra, complice un pianoforte quanto mai parlante, nel tunnel d’u na drammaticità parossistica, culminante nell’agonismo dello Sviluppo. A tanta violenza espressiva segue il puro incanto del Larghetto, capolavoro nel capolavoro che prende in prestito il Mi bemolle maggiore d’impianto del Concerto K482, già comparso nel primo movimento, proponendo in apertura la voce del pianoforte, che intona la sua melopea ingenua e fascinosa, di quel lirismo purissimo che è trademark inconfondibile dell’ultimo Mozart. E pare di vederlo, Wolfgang, seduto al pianoforte, prodigare, secondo la testimonianza Franz Xaver Niemetschek, «l’arte del sentimento che emanava dal gioco delle sue dita, penetrando irresistibilmente fino al cuore degli spettatori». Di questo Larghetto, attesta la «Wiener Zeitung», venne richiesto il bis a gran voce. Il cielo si richiude tuttavia sulla tetra disperazione dell’Allegretto finale, che corteggia la già citata, prediletta tonalità di Sol minore, nella forma d’un tema con variazioni.
Raffele Mellace