Wolfgang Amadeus Mozart - Requiem in Re minore K626 - I Pomeriggi Musicali - Teatro Dal Verme

Le date

Sala Grande
giovedì 02 ottobre 2025
Ore: 20:00

Anteprima della 81ª stagione
Concerto fuori abbonamento

Wolfgang Amadeus Mozart (1756 – 1791)
Requiem in Re minore K626

direttore Diego Fasolis
soprano Lenneke Ruiten
contralto Marie-Claude Chappuis
tenore Alessandro Fisher
basso Alessandro Ravasio
Coro della Radiotelevisione Svizzera
Orchestra I Pomeriggi Musicali

Il Requiem di Mozart, rimasto incompiuto alla morte del compositore nel 1791, è tra le opere più enigmatiche e intense della storia della musica ed è stato ben presto avvolto da leggende che ne hanno accresciuto il fascino. Lo stile fonde la solennità liturgica con l’immediatezza teatrale, lo stile italiano di polifonia e teatro con la raffinatezza orchestrale e la vena inventiva tipiche di Mozart; cori possenti e fugati severi si alternano a momenti lirici di struggente bellezza. Nell’insieme si percepisce un viaggio dall’angoscia al chiarore della speranza, in un linguaggio che trascende la funzione sacra e parla della condizione umana.

Biglietteria

BIGLIETTI ESAURITI

Anteprima della 81a Stagione
Gli abbonati a 21 concerti, quelli “in anteprima” e i possessori di un carnet “liberi di scegliere” della 81ª Stagione potranno acquistare il proprio biglietto per il concerto di giovedì 2 ottobre (ore 20) al prezzo riservato di € 10.

Prezzi dei singoli biglietti
Intero
I settore € 23,50 – II settore € 17,00 – Balconata € 13,00 + prevendita
Ridotto (under30, over60, gruppi, associazioni ed enti convenzionati)
I settore € 19,00 – II settore € 15,00 – Balconata € 11,00 + prevendita

Note di sala

Torso fascinoso per la sua incompiutezza, creazione ultima del genio prossimo alla fine, profetico dialogo con la morte: così appare in prima battuta il Requiem di Mozart. La ricchezza di questo materiale mitopoietico, già di per sé sufficiente a dar vita a una leggenda suggestiva, è stata amplificata dalle circostanze in cui il Requiem vide la luce, a partire dalla commissione anonima, ben presto requisita nell’aura nebulosa del mito grazie al precoce fiorire di testimonianze e aneddoti agiografici. Così li rielaborava, da par suo, Stendhal nella Vita di Mozart (1814): «Un giorno in cui il compositore era assorto in una profonda fantasticheria, udì una carrozza fermarsi alla sua porta». Alla richiesta dell’emissario ignoto, «Mozart si sentì fortemente colpito da quel discorso, dal tono grave con cui era stato pronunciato, dall’aria di mistero che sembrava ammantare tutta quell’avventura». E mise così mano all’opera fatale. «Componeva giorno e notte, e con un fervore che sembrava in continuo aumento; ma il suo corpo, già debole, non poté resistere a quell’entusiasmo: un mattino cadde privo di conoscenza, e fu costretto a sospendere il lavoro. Due o tre giorni dopo, mentre sua moglie cercava di distrarlo dai cupi pensieri che lo occupavano, le rispose bruscamente: “Questo è certo: sto componendo questo Requiem per me stesso; servirà per il mio funerale.” […] Il povero Mozart si mise in testa che quello sconosciuto non fosse un essere normale; e che dovesse avere a che fare con l’altro mondo». La leggenda, di gusto gotico, è fiorita per due secoli nell’immaginario europeo, connessa alla calunnia dell’avvelenamento del compositore per mano di Salieri. Il film Amadeus (1984) di Miloš Forman, basato sulla commedia omonima (1978) di Peter Shaffer, ne rappresenta la fortunata ricezione contemporanea.
Spogliata delle rielaborazioni letterarie, la vera storia del Requiem, suffragata dalla documentazione prodotta sessant’anni fa dal musicologo Otto Deutsch, si presenta più prosaica ma non meno avventurosa. Nell’estate 1791 il conte Franz von Walsegg commissionò a Mozart una Messa da requiem in memoria della moglie Anna, scomparsa a vent’anni il 14 febbraio. Progettando di attribuire a se stesso, musicista dilettante, la paternità del lavoro (come effettivamente fece nell’esecuzione liturgica del Requiem, il 14 dicembre 1793 nella Neuklosterkirche di Wiener-Neustadt), l’aristocratico impose il vincolo di uno stretto anonimato. Impegnato con la composizione e l’allestimento della Clemenza di Tito per l’incoronazione di Leopoldo II a Praga e del Flauto magico per Vienna, Mozart iniziò la stesura del Requiem a settembre, senza tuttavia potervi lavorare continuativamente fino al debutto del Flauto magico, il 30 di quel mese. Vi attese dunque negli ultimi due mesi di vita, lasciandolo incompiuto. Un’esecuzione parziale del frammento avvenne durante le esequie del compositore, il 10 dicembre in S. Michele. La vedova Constanze, per completare l’opera onde ricavarne il compenso pattuito, vitale in quella congiuntura, mobilitò una squadra di allievi e collaboratori del marito: Franz Jakob Freystädtler, Joseph Leopold Eybler, forse Maximilian Stadler e infine Franz Xaver Süßmayr. I primi abbandonarono quasi subito l’impresa; fu invece Süßmayr, già collaboratore di Mozart al Flauto magico e alla Clemenza di Tito, a farsi carico dell’onere maggiore, disimpegnandolo egregiamente soprattutto sul versante vocale, rivedendo, strumentando e scrivendo ex novo le sezioni mancanti, molto probabilmente su “appunti” oggi perduti di Mozart. Il 4 marzo 1792 la partitura venne offerta al re di Prussia Federico Guglielmo II; il 2 gennaio 1793 ebbe luogo la prima esecuzione completa, a Vienna, in un concerto organizzato dal barone van Swieten a beneficio della vedova e dei due orfani di Mozart. Congeniale al gusto delle nuove società concertistiche, il Requiem fu percepito come perfetto per il decoro delle esequie ufficiali di generali, patrioti, poeti e compositori (Beethoven, Chopin).
Ma quanto vi è realmente di Mozart? Soltanto la primissima sezione, l’Introitus, è autografa da cima a fondo. Dal Kyrie all’Offertorium il compositore poté realizzare solo le parti vocali e il basso, oltre ad alcuni accenni di strumentazione (la Sequentia si ferma dopo appena otto misure del Lacrimosa). Sanctus, Benedictus e Agnus Dei sono invece opera di Süßmayr, probabilmente su idee mozartiane che non siamo in grado di riconoscere, mentre le ultime due sezioni ripropongono simmetricamente, com’era uso, la musica delle prime. Nonostante un’origine così composita e di ardua decifrazione, è possibile tuttavia individuare nel Requiem una direzione stilistica ben precisa dell’ultimo Mozart. Vicende biografiche, professionali e artistiche s’intrecciano nel ridestarsi dell’interesse per la musica sacra nei mesi centrali del 1791, quando, molto opportunamente, giunse la commissione del Requiem. Il 9 maggio il compositore aveva ottenuto la carica di Kapellmeister-Adjunkt del Duomo di S. Stefano, il 17 giugno era nato il gioiello dell’Ave verum, mentre sono numerose le composizioni liturgiche lasciate allo stato di frammento tra 1787 e il ’91. La composizione del Requiem vede dunque sovrapporsi l’intento di perseguire un nuovo ideale di musica sacra e l’urgenza esistenziale, con l’avanzare della malattia, del confronto con il mistero trascendente della propria fine. L’esito è una concezione monumentale che si lascia alle spalle tanto il sonatismo classico quanto la tradizione della messa “napoletana” per abbeverarsi al contrappunto moderno del tardobarocco tedesco, frequentato presso van Swieten: il magistero di Bach e Handel, soprattutto di quest’ultimo, di cui si mutua il fluido e vario amalgama fra trama polifonica rigorosa e incisive sezioni omofoniche (si pensi all’Hallelujah! del Messiah). Le sezioni specifiche (il proprium) dell’officio funebre vengono interpretate con grande sensibilità al testo liturgico, mentre quelle, comuni a ogni messa, dell’ordinarium sono incardinate su valori formali e strutturali dalla logica squisitamente musicale. La soggettività dell’invenzione originale cede terreno nei confronti della tradizione, antica o moderna (inni liturgici o soggetti di fuga barocchi), per riguadagnarlo nel linguaggio armonico, nel teatrale animarsi del tessuto verbale, nelle scelte timbriche inconsuete, nella fedeltà rigorosa alla tonalità carissima di Re minore (cruciale nel Don Giovanni e d’altra parte significativamente corrispondente al modo dorico della Sequentia gregoriana), nella cantabilità cristallina, nello sgomento che dicono queste pagine.

Raffaele Mellace